La decima edizione 2019 • vincitore sezione editi

Devo Germania

Catalin Dorian Florescu

Catalin Dorian Florescu

Catalin Dorian Florescu est né en 1967 à Timișoara, en Roumanie. Un premier voyage entrepris en 1976 pour des raisons médicales conduit son père et lui jusqu'à Rome, et de là à New York. Cependant son père décide de rentrer en Roumanie. Son deuxième voyage en Occident date de 1982, cette fois en compagnie de sa mère. Depuis lors, l'écrivain vit à Zurich, où il a étudié la psychologie et la psychopathologie à l'Université de Zurich. Florescu a travaillé plusieurs années en tant que psychologue spécialisé dans les addictions aux stupéfiants. Il s'est par ailleurs formé en Gestalt-thérapie, l'un des courants de la psychothérapie humaniste. Depuis décembre 2001 il est écrivain indépendant. À partir d'avril 2019 il voyage sur le Danube en tant que "marin littéraire". Il a écrit six romans, un recueil de nouvelles et un volume d'essais sur le thème de la liberté.

LE MOTIVAZIONI DELLA GIURIA

Parmi les nombreux et remarquables textes édités qui ont participé à cette dixième édition de « Frontiere / Grenzen », le jury a décidé de récompenser Ich muss Deutschland de Catalin Dorian Florescu, récit faisant partie du recueil Der Nabel der Welt [Le nombril du monde], paru en 2017.
Le narrateur-protagoniste du récit de Florescu est un jeune garde-frontière en service dans une région de la Roumanie à la frontière avec la Serbie. Au moment clou de l'histoire, le policier défait ses lacets et offre ses chaussures au réfugié syrien qu'il avait arrêté alors que, les pieds nus et en sang, celui-ci s'apprêtait à traverser clandestinement la frontière pour aller en Allemagne, et le laisse s'enfuir. La scène phare, précédée par des pages où l'on rencontre toute une humanité souffrante mais néanmoins résiliente (mémorables, entre autres, les personnages de la grand-mère du protagoniste et du chauffeur de bus), n'est pas sans rappeler celle qui clôt l'épisode napolitain de Paisà de Rossellini. Le long récit de Florescu est, en effet, une sorte de roman « néoréaliste » concentré d'où se dégage l'Europe d'hier et d'aujourd'hui, avec ses drames, ses fermetures et ses murs, mais également les actes de rébellions, individuels et collectifs, à la pensée que l'on voudrait dominante et à la peur de l'autre. Le récit de Florescu est remarquable du point de vue stylistique également, pour l'écart subtil entre l'allemand littéraire de la narration et la langue des dialogues, ainsi que pour l'alternance réussie des registres tragique et humoristique.

IL RACCONTO

La città tarda a svegliarsi. Dorme un sonno profondo e tranquillo, nel suo ventre riposano i ratti, sui tetti di case diroccate i piccioni e agli incroci, accoccolati, i cani. Dal balcone poso lo sguardo in lontananza, oltre il tetto piatto del condominio prefabbricato, che è un po' più piccolo del nostro ma è altrettanto fatiscente. Lungo questa strada i palazzi sembrano essere rimasti in piedi dopo un duro colpo. Come se potesse bastare un lieve alito di vento, un sussulto della terra, per farli collassare.
Il mio sguardo cerca la torre dell'acqua nel profondo Est della città per scorgervi la prima luce del giorno. Insieme ad essa si leva in volo, puntuale, anche il popolo delle cornacchie, trasforma il cielo in un luogo rumoroso, frenetico, e poi si posa a Ovest.
Siamo a fine maggio, la colza, l'orzo, il frumento hanno già raggiunto l'altezza delle ginocchia, per gli uccelli resta comunque cibo sufficiente. Resteranno fermi per un po', alcuni fino alla frontiera con la Serbia, dov'è il mio luogo di lavoro, per poi atterrare in modo mirato sui campi. La sera torneranno indietro, proprio come me, voleranno in alto, sopra il treno che da Jimbolia conduce a Timișoara, indolenti e sazi. Io invece sarò affamato.
Dalla parte opposta della strada si accende una luce, ogni mattina la stessa luce, alla stessa ora, come in risposta a un segnale concordato, poco dopo che gli stormi di uccelli si sono allontanati. Come se gli uccelli fossero un metronomo, nella vita di quella donna e nella mia. Sono loro a dettare l'inizio della nostra giornata, come anche di quella di Nea Nicu, il conducente di autobus, che stavolta tarda un po'. Sarebbe dovuto comparire già, perché fino al deposito dei bus ci vuole quasi una mezz'ora a piedi. Quando non guida il suo autobus, Nea Nicu va sempre a piedi. Dice che un giorno, quando sarà morto, vorrebbe andare a piedi perfino al cimitero.
Tra un'ora salirò sul suo autobus, gli chiederò di suo figlio, quello che abita a Boston, non la Boston americana ma quella in Inghilterra, nella Contea del Lincolnshire. Ringrazierà Dio per avere un figlio forte e sano, che è in grado di lavorare per gli inglesi e raccogliere cetrioli nelle loro serre. Mentre pigerà sull'acceleratore, canterà le lodi dell'operosità e della parsimonia di suo figlio, che con i soldi che guadagna in Inghilterra ha comprato al padre il piccolo appartamento in cui quest'ultimo vive. Proprio come mia mamma ha comprato il minuscolo appartamento a me e alla nonna, con i soldi degli austriaci. Ancora un paio di rate e sarà tutto nostro.
Mezzo condominio ha preso il volo, vive all'estero, pulisce sederi austriaci, mette a bagno protesi dentarie tedesche, raccoglie fragole spagnole. Le mani della gente di qui hanno sorretto, lavato e messo a letto molti corpi. Hanno spalato molte terre. Di quelli che conosco dall'infanzia sono andati via quasi tutti.

È ora. Sorseggio ancora un po' il caffè ormai freddo, getto giù il mozzicone di sigaretta e mi congedo dalla vicina, che se ne sta sul suo balcone a fumare, con un cenno della testa quasi impercettibile che lei ricambia. Che lei ricambia tutti i giorni, come se fosse un codice segreto, un accordo tacito. Come se condividessimo un segreto, un sapere cospirativo. Eppure siamo solo due fumatori solitari – lei di alcuni anni più giovane di me –, molto distanti dalla realtà, da dove avvengono le cose reali. Ci fumiamo la prima sigaretta della giornata, ognuno sul proprio balcone, nella propria gabbia.
Nel suo cantuccio buio si sveglia la nonna. Ha lasciato a me la seconda camera e di notte si stende sul divano davanti al televisore. Dice che ormai le basta poco sonno, che è una delle ultime libertà dei vecchi. Si limita a chiudere gli occhi e a fare finta di dormire per non sentire i miei rimproveri. Dice: «Voglio pur vedere quando, di soppiatto, si avvicinerà la morte. Forse faccio in tempo a parlarci.»
Da quando ha saputo da mamma, che un po' di tedesco lo sa, che in tedesco la morte è un uomo, a volte mormora infastidita: «Siamo noi donne a mettere al mondo gli esseri umani e dovremmo essere noi ad accompagnarli quando se ne vanno.»
La nonna si rialza e per prima cosa si liscia i capelli, un gesto che fa da quando è giovane, mi ha raccontato mamma. Ha conservato i suoi capelli folti e robusti, con i quali non avrebbe avuto alcuna difficoltà a tirare un intero esercito di uomini. In realtà ha solo tirato fuori il nonno da ogni osteria finché non se lo è preso la Moartea. La morte rumena, donna.
Quando resta sveglia per metà della notte se ne sta seduta davanti allo schermo muto del televisore o legge al computer articoli che io le ho scaricato. Oltre a Dio ciò che la interessa di più è il paranormale. Come se nel nostro paese non ce ne fossero già a sufficienza di cose anormali. Crede che sulle montagne del Bucegi si trovi una porta verso un altro mondo, dove contadini o pastori disattenti scompaiono per sempre insieme ai loro greggi. Crede che sotto i Carpazi inizi una galleria, una sorte di gigantesca conduttura di aerazione che finisce addirittura alla piramide di Cheope e ci rifornisce di energia cosmica.
«E chi ha costruito una cosa del genere?», le chiedo con fare complice, ben sapendo che le piace parlarne. «Non è affar mio. L'importante è che ci sia.» «E a cosa servirebbe una galleria del genere?» Scuote la testa per la stupidità della mia domanda. «Che vuoi dire con: "a cosa serve"? Ci fornisce energia. Una cosa del genere non ce l'ha nessun altro paese. Del resto siamo unici.» «E se siamo così unici perché allora tutti vogliono andarsene da qui?» A questo anche lei non sa rispondere. Si limita, offesa, a fare spallucce.
Nel frattempo mi sono lavato, ho indossato la camicia pulita e i pantaloni dell'uniforme. La nonna si prepara il caffè in una macchinetta che fischia quando la miscela è pronta. L'ha portata mamma dall'Austria, ma in realtà la nonna preferisce tirare fuori il suo Ibric e fare il caffè turco, così come ha imparato a farlo da ragazza. «Un caffè, comme il faut», si mette a mormorare e ripete più volte l'espressione francese. Per un attimo ci troviamo l'uno di fronte all'altra alla fioca luce della lampada della cucina. Da che ho memoria, ho sempre avuto soltanto lei. «Stamattina ti sei già misurato la pressione?», chiede prendendo lo strumento di misurazione, un altro souvenir di mia madre. «Buni, ma ho solo ventisei anni e sono poliziotto di frontiera. Sto benissimo. La nostra salute viene controllata in continuazione.»
«Stai sempre in auto a fissare la frontiera per evitare che si intrufolino dei terroristi. Non ti muovi. Già abbiamo perso tuo padre per la pressione troppo alta, non voglio che ti capiti lo stesso. La pressione non si misura mai a sufficienza. Allora cosa aspetti ad arrotolarti su la manica?»
Consapevole dell'inutilità della mia resistenza, mi arrendo a lei, come succede anche tutti gli altri giorni. Come allora, quando avevo dieci anni e la mattina mi dava per la scuola panini farciti preparati con pane secco, immangiabile. O quando a quattordici anni mi ha trascinato prima dal fotografo, poi dal parrucchiere e poi di nuovo dal fotografo, per poter mandare alla mamma le foto del prima e del dopo. Sul retro della prima fotografia scrisse: Tutta la gioventù inselvatichisce, e tuo figlio non fa eccezione. Inoltre bestemmia e fuma. Sotto i comunisti questo non sarebbe stato possibile. Ma ora almeno abbiamo la libertà. Corredando il tutto di un punto esclamativo e uno interrogativo. Sull'altra foto annotò: È un ragazzo vivace e non mi obbedisce. Se non torni presto a casa a occuparti di lui finisce su una brutta strada. Io sono una vecchia, non ho più i nervi per farlo. Ma almeno col taglio di capelli corto sembra avere di nuovo un aspetto umano. Ma mamma non venne comunque, o comunque non per sempre. Eppure non mi sono dato al crimine.

Ho la stessa età della libertà. Ceaușescu era appena stato destituito e il popolo stava festeggiando in strada quando mia mamma ebbe le prime doglie. A una donna incinta non faranno mica niente, aveva pensato. Non aveva saputo resistere: si era affrettata a scendere in strada, aveva camminato con la folla, si era nascosta, aveva provato paura e poi, quando era ormai certo che era lecito sognare, si era gettata tra le braccia di perfetti sconosciuti. E poi aveva avvertito i dolori. «È stata l'ultima volta che Ceaușescu mi ha torturata», avrebbe poi ripetuto tutti gli anni a venire.
E dunque ho ventisei anni, non sono un criminale, anzi, quasi l'esatto opposto, un poliziotto di frontiera, con il grado di servizio più basso ma con prospettive di promozione. Do la caccia a contrabbandieri di sigarette e di automobili, a delinquenti di ogni tipo che vogliono passare illegalmente la frontiera, e negli ultimi tempi anche a poveracci che sulla via per l'Occidente si perdono dalle nostre parti. Vengono da un paese del quale fino a poco tempo fa non sapevo niente e di cui anche ora non so molto, tranne che tutti sono in guerra contro tutti. Non so nemmeno dove si trovi esattamente.
Anche se dire che gli diamo la caccia non è del tutto vero; lungo la frontiera di terra a Sud-Ovest capita meno di un episodio al giorno, e stiamo parlando di una frontiera di diverse centinaia di chilometri di lunghezza. Spesso riguarda altri colleghi, in altri settori di confine. A noi resta solo l'attesa. Soddisfatta, mia nonna mi preme un po' sulla spalla per farmi sedere, e mi sistema l'apparecchio al braccio. Poi schiaccia il pulsante. Mentre esegue il suo compito con precisione e mi comprime il braccio, la nonna e io ci guardiamo. Nella semioscurità della cucina sembra ancora più vecchia di quanto non sia, la penombra fa apparire le sue rughe più profonde e più lunghe.
Tra una misurazione della pressione e l'altra sembra invecchiare sempre più velocemente, come se la Moartea avesse fretta di prendersela. Solo i suoi occhi azzurri acquosi sono rimasti vivaci e ben nascosti tra le pieghe della pelle, come perle in una conchiglia.
Cosa penserà di me quando mi guarda così? Come riesce a vedere con i suoi occhi lacrimosi?
Il doppio bip dell'apparecchio ci riporta su questa terra. È soddisfatta del risultato, per un altro giorno sono scampato al pericolo e la morte per attacco cardiaco è rinviata. La morte per infarto che ha stroncato la vita di mio padre nell'auto delle consegne di una lavanderia, su una stradina laterale tra Dornbirn e Bregenz, da solo, senza che nessuno di noi gli abbia potuto stringere la mano, circondato dall'odore di camicie, pantaloni e tovaglie appena lavati e inamidati, perché la sua ditta era specializzata in tutto. Oppure dalle lenzuola che torreggiavano dietro di lui, che avevano preso l'odore di corpi sudati e dormienti, o quello di amanti. E da tovaglie disseminate di resti della cena della sera prima. Non ci è mai stato raccontato e noi non abbiamo mai chiesto cosa stesse trasportando in quel momento. Ma evidentemente bisognava fare in fretta, troppo in fretta per il suo cuore.
La nonna mi aiuta ad abbottonarmi la giacca dell'uniforme e mi accarezza la guancia. E anche questo lo fa da secoli, solo che prima indossavo l'uniforme della scuola.
«Non vuoi portarti un sandwich? Quando te ne stai seduto là fuori nella terra di nessuno ad aspettare, forse ti viene fame.» «Pattugliamo la striscia di frontiera, Buni, non facciamo i picnic. Ora però devo andare, altrimenti mi perdo l'autobus di Nea Nicu. Quando stasera torno mi racconti cosa c'è di nuovo sulla piramide di Cheope e la porta verso l'altro mondo. Ti ho salvato alcuni articoli sul desktop. Basta che ci clicchi sopra.» Quando esco in strada alzo un attimo lo sguardo, perché la nonna ci tiene a salutarmi. Quando prima quaggiù c'erano mamma e papà e noi due eravamo lassù, quasi non riuscivamo a distinguerli perché uscivano prima dell'alba in modo tale da riuscire ad arrivare fino a Dornbirn in un solo giorno. Fino alla curva successiva papà suonava più volte il clacson, poi un ingannevole silenzio calava su tutto e tutti, sui cani dormienti e le cornacchie che si risvegliavano, sulle persone che sognavano.

Arrivo alla fermata dell'autobus all'ultimo secondo, l'autobus mi aspetta con le porte aperte e dentro, dietro il suo volante, il vecchio picchietta impaziente sull'orologio. «Sali su! Per colpa tua ora sono in ritardo. Se io non avessi aspettato ora perderesti il tuo treno.»
Sono l'unico passeggero e, come sempre, mi siedo direttamente dietro di lui di modo che possa vedermi nello specchietto retrovisore. Tra di noi c'è una sorta di complicità, una determinata sequenza di cose, ripetizioni, rituali ai quali ci aggrappiamo da anni. Nel suo bus io sono cresciuto e lui è invecchiato. All'inizio la nonna mi consegnava a lui direttamente sulla porta del bus e lui si fermava davanti alla scuola primaria, anche se lì in realtà non c'è una fermata. Più tardi mi portava al liceo e più tardi ancora mi ha visto, attraverso lo specchietto, sedermi accanto alla prima ragazza che ho amato; più tardi ancora accanto alla mamma, che – ogni volta che veniva a casa per le vacanze – mi portava con sé in centro per comprarmi vestiti nuovi.
Ancora più tardi ha riportato a casa la mamma, la nonna e me dal funerale di papà. E negli ultimi anni mi ha condotto alla stazione, per farmi prendere il treno per Jimbolia, per raggiungere la mia unità. Puntualmente si è lamentato che faceva tardi per colpa mia o nostra. Ma puntualmente ha aspettato. I colpetti sulla cassa dell'orologio mi hanno accompagnato negli anni come il gesto di lisciarsi i capelli della nonna o le sue carezze sulle guance.
So cosa si aspetta da me. Vuole sentire una domanda decente sull'Inghilterra, su castelli, re e guerre inglesi, su Churchill, sulla marina militare inglese, sulle brughiere inglesi, sulla morte di Lady Diana – incidente oppure no? Da quando suo figlio vive sull'isola ha letto tutto quello sia riuscito a trovare sul tema. Ai capolinea, durante le pause, sfoglia riviste e sottili volumi fotografici. Spesso li ha passati a me che sedevo dietro di lui.
Ma visto che io me ne sto ancora lì muto a guardare attraverso il finestrino sporco, si schiarisce un paio di volte la gola. Nello specchietto retrovisore il mio sguardo incrocia il suo, e Nea Nicu aggrotta le sopracciglia con espressione interrogativa. «Nea Nicu, tra poco cominciano gli Europei. Tifi per la Romania o per l'Inghilterra?»
Gira la testa verso di me e la scuote. Succede di rado perché, anche se, sempre intento a guidare, si arrabbia per il povero, assurdo tempo in cui viviamo che lo conduce alla disperazione, anche se si infervora a proposito del suo paese, che ha spinto il figlio nelle braccia degli inglesi, un figlio che ha dovuto lasciarsi dietro il padre, un conducente di autobus ormai prossimo alla pensione, anche in quel caso il suo sguardo non si distoglie mai dalla corsia di marcia. Tranne in questo momento e per questo la mia domanda mi sembra stupida e inopportuna. In effetti, cosa dovrebbe un vecchio pastore amare di più delle valli nelle quali ha condotto al pascolo il suo gregge, anno dopo anno? E cosa dovrebbe amare di più il minatore che vive in una città fuligginosa accanto alla miniera dismessa in cui si è calato quotidianamente, finché tossisce più spesso di quanto non respiri? Cosa dovrebbe amare di più della terra nera che lo ha nutrito?
E cosa dovrebbe un vecchio autista di autobus amare di più del suo autobus e della città le cui vene percorre tutti i giorni? Cosa dovrebbe amare di più delle strade che conosce come le sue tasche, delle persone che osserva da decenni, che al mattino con lui si recano al lavoro, in silenzio, e la sera in silenzio se ne tornano a casa? Che qui e soltanto qui può sentirsi utile. Che non è mai salito su uno di quegli autobus rossi inglesi bensì si è limitato a possedere opuscoli in carta lucida con le foto di quegli autobus.
Ma Nea Nicu mi sorprende. Visto che mi ha guardato con stizza, è costretto a frenare all'improvviso, e lancia bestemmie prima contro un autista, poi contro un branco di cani che ha attraversato la strada e poi contro le condizioni delle strade in generale, che solo gradualmente, a ventisei anni dall'inizio della libertà, iniziano a riprendersi dal collasso comunista. Bestemmia contro i politici che dormono ancora tutti nel loro letto e permettono che il paese vada alla deriva come una nave non più manovrabile.
Quando ha esaurito i motivi, per un po' continua a bestemmiare a forza di abitudine. Solo dopo si ricorda della mia domanda e dice recalcitrante: «È naturale che tifo per l'Inghilterra. C'è qualcosa che questo paese mi ha dato? Ma se sono trent'anni che non faccio che girare in tondo. L'Inghilterra ha accolto Dan, ora il mio cuore batte per l'Inghilterra.» «E com'è il tempo oggi a Boston?» «Brutto. Oggi Dan si bagnerà parecchio nei campi. Speriamo che non si becchi un brutto raffreddore.» «Nea Nicu, ma come ci è capitato Dan a Boston? Da quello che ho sentito Boston è piena di polacchi.» Ride.
«E come vuoi che ci sia arrivato? Facendo la conoscenza di una polacca. Ormai lei ha un negozio sulla strada principale di Boston e vende tutto quello che i polacchi amano mangiare. Ma cos'è che mangiano i polacchi?» Si ferma un istante. «Non lo so. Ad ogni modo anche Dan vuole cercarsi un nuovo lavoro, scrive che i lavori non mancano. Tra l'altro chiede di dirti che potresti prendere il suo posto. Il padrone è contento di non dover cercare a lungo qualcuno e Dan se ne esce pulito. Per uno-due anni raccogli insalata e cetrioli e poi anche tu ti trovi un lavoro migliore.» «Ma io ho studiato per diventare poliziotto, non so fare nient'altro.»
«Ci sono altri che non hanno studiato un bel niente e guadagnano sicuramente il doppio di te. Vuoi passare il resto della tua vita a giocare a guardie e ladri? A correre su e giù per la frontiera?» «Pattugliamo in macchina, Nea Nicu. Non è più come ai tempi di Ceaușescu, non siamo più in giro a piedi con il fucile in spalla. Oggigiorno andiamo in auto e siamo dotati delle tecnologie più innovative. E quello che facciamo è utile: proteggiamo la frontiera.» Lui fa un gesto di disappunto con la mano.
«Non mi venire a raccontare cosa fai. Un paio di contrabbandieri di sigarette e di automobili. Lo dicono nei notiziari. Da cos'è che vorresti proteggere la frontiera? Chi pensi che voglia venire da noi? Pensaci, non resterai giovane per sempre.»
Man mano il bus si riempie, la notte si ritira definitivamente, la città si sveglia, si strofina via il sonno dagli occhi. Il giorno comincia pigro e fresco, va acquistando sempre più forza, davanti alla stazione c'è un sacco di movimento. Saluto il vecchio, che con i suoi sessant'anni non è poi così vecchio. Che però per me – che andavo con lui in autobus già a ai tempi dell'asilo e della scuola, che ho visto la sua schiena incurvarsi sempre di più e la sua nuca allargarsi sempre di più – sembrava vecchio anche da giovane.
Quando mi è toccato scrivere il tema sulla mia famiglia, descrissi lui al posto di mio nonno, che non avevo conosciuto. A un certo punto la nonna non era più riuscita a tirarlo fuori dalle osterie con i suoi forti capelli. Mio nonno era pienotto, guidava l'autobus, era impaziente, indicava sempre il suo orologio ma, quando occorreva, ci si poteva sempre fidare di lui.

Il treno attraversa lentamente la periferia della città che si va sfrangiando. Anni fa sono stati costruiti condomini e villette unifamiliari in aperta campagna che hanno però finito per restarsene vuoti, rovine sin dal momento della loro costruzione. Come una piovra, la città ha esteso i suoi tentacoli alla campagna deserta, di terra vuota non ne è mai mancata. Davanti alle porte di Timișoara si estende un'infinità pianeggiante, spazio a sufficienza per tutti coloro che desiderano fuggire dai vecchi e decaduti edifici prefabbricati. Solo da poco quegli involucri in cemento si stanno animando, si vedono giocattoli sul prato e panni stesi ad asciugare sui balconi.
Poi i due vagoni dei treni blu, trainati da una locomotiva elettrica, costeggiano centri commerciali e capannoni, parchi machine, ditte di spedizione, fabbriche della Coca­Cola e un laghetto artificiale lungo la cui riva un paio di uomini stanno accovacciati accanto alle loro biciclette e canne da pesca a fissare l'acqua, come se non fossero lì per pescare pesci ma per giungere al nocciolo delle cose.
Il treno accelera, gli ultimi, ritardatari stormi di cornacchie ci accompagnano verso Ovest, alcuni finiscono a poca distanza dal confine della città, altri osano spingersi più in là, fino a Jimbolia. Le cornacchie non hanno niente a che fare con le frontiere di terra, cercano il loro cibo nei campi di tutti i contadini, romeni o serbi che siano. Ora ci lasciamo alle spalle alcuni silos per cereali e bunker vuoti e rovinati, risalenti al tempo in cui ci si preparava a una guerra contro Tito. La Serbia non è più molto lontana, a un tiro di schioppo di soli quattro o cinque chilometri. Il boschetto che si intravede in lontananza si trova già dall'altro lato. Poco prima, non visibile dal treno, si estende la striscia di frontiera, una fetta di terra larga un palmo su cui alla vegetazione non è consentito crescere in altezza oltre qualche centimetro.
Un paio di chilometri prima dell'arrivo a Jimbolia il treno oltrepassa lentamente un attraversamento ferroviario. Su entrambi i lati ci sono auto che aspettano. È uno di quei passaggi ingannevoli senza sbarra né segnale luminoso, come si vedono spesso in campagna. La porzione quotidiana di rischio che il viaggiatore deve assumersi, la piccola prova di coraggio. Il punto, leggermente sopraelevato, deve essere attraversato più volte al giorno da contadini che rincasano dal lavoro nei campi, da persone che si recano in città, da pullman e camion, da ciclisti e carri trainati da cavalli. Tutti loro devono passarci una o più volte e nel preciso istante in cui si trovano sopra i binari la possibilità della morte è più reale che nel secondo prima o dopo.
Mai vita e morte sono più vicine che in quell'infinitesimale istante, appena un battito di ciglia, ma un battito possente. La morte resta in agguato un po' più dietro, nei cespugli lungo il tracciato, dietro la curva successiva. Un attimo prima la morte rallenta la sua corsa ma il suo fiato è ancora piuttosto forte. Si guarda a sinistra, a destra, un rituale che si ripete centinaia di volte. Si trascorre tutta una vita a sfuggire alle grinfie della morte, la morte donna.
Proprio lì, accanto ai binari, giorno dopo giorno c'è un ometto rinsecchito dai capelli infeltriti che tutti noi chiamiamo il "custode della stazione". Sappiamo che vive fuori nei campi, in un rifugio che talvolta veniva usato dai pastori, e nei nostri giri di pattuglia lo lasciamo in pace perché non fa male a nessuno. Inoltre dobbiamo attraversare spesso i binari e affidarci a lui. Lo accompagnano sempre due cani smagriti e pulciosi che non lo perdono di vista nemmeno un attimo. Quando dirige il traffico, quando fa passare la macchine da una parte all'altra dei binari e dopo intasca le monete che qualcuno gli dà, ogni tanto i cani lo seguono con sguardo preoccupato. Perché quegli animali non hanno nessun altro al mondo.
Fa cenno all'autista di aspettare, si mette al centro del passaggio, resta in piedi sui binari e guarda in entrambe le direzioni, e solo poi dà il via libera.
Deve aver stretto un patto con la Moartea che si tiene nascosta là fuori e lo lascia fare. Sicuramente si conoscono, di notte si incontrano nei campi e contrattano sul numero di anime che il giorno dopo lei potrà portare con sé. Molto spesso la morte ne esce a mani vuote.
Una volta che finalmente si siede per riposarsi, i cani si avvicinano stretti stretti a lui e gli poggiano in grembo il muso. Un amore così fedele è raro.
Quando lo vedo guardando fuori dal finestrino del treno, so che ho ancora il tempo esatto di una sigaretta. Le tende sporche sventolano fuori dai finestrini aperti e si gonfiano come se il treno veleggiasse attraverso un mare di frumento. Poco prima dello stazionamento – non esiste una stazione ferroviaria vera e propria –, mi tiro il berretto sulla faccia, sistemo la custodia vuota della pistola e salto sul binario deserto ancor prima che il treno si fermi. Attraverso la strada ed entro nel cortile della polizia di frontiera di Jimbolia.
«Eccoti», mi accoglie l'ufficiale di turno. «C'è bisogno di voi al valico di frontiera con la Serbia. È stato fermato un camion turco sospetto. Poi un contadino ha capovolto col suo trattore una stele di frontiera sulla striscia. Verificate se è ancora utilizzabile o se bisogna collocarne una nuova. E poi pattugliate fino a Beba Veche, sul lato serbo pare ci siano gruppi di profughi siriani che vanno nella direzione sbagliata. Anziché verso l'Ungheria ora marciano verso di noi. L'ordine è come sempre: impedire loro di avanzare e chiedere rinforzi. Fate attenzione, tra loro potrebbero esserci anche terroristi. Forza, prendi la tua arma, Badea già ti aspetta.»
Il nostro lavoro è sempre stato così, e sempre lo sarà: siamo sospettosi verso tutto e tutti. Controlliamo senza sosta camion, passi, persone, fermiamo veicoli sospetti, li perlustriamo da cima a fondo, cerchiamo nascondigli. Cerchiamo di leggere i volti per capire quali siano le intenzioni delle persone. I visi rivelano i segreti delle persone, basta guardarli bene. Un tremolio qui, un sorrisetto incerto là, uno sguardo sfuggente o fin troppo spavaldo.
Disperdiamo coppiette che si amano troppo vicino alla striscia di frontiera. Vanno in auto nei campi alla ricerca di riservatezza, scelgono tratturi sconnessi, vorrebbero immergersi nei campi di mais ma i nostri detector termici scoprono i loro corpi surriscaldati. Nessun rifugio è al sicuro dai detector. Non distinguono tra siriani che procedono tenendosi bassi e romeni che si amano nell'erba.
Per le macchine l'essere umano è solo una fonte di calore, sono del tutto imparziali. Fin troppo spesso però usciamo e troviamo solo orme fresche di mucche, conigli, volpi, cani randagi. Una volta abbiamo beccato un uomo ubriaco che non trovava più la strada per il villaggio e si era messo a dormire sulla striscia. Ma visto che dormiva dall'altra parte della frontiera sono stati i serbi a doverlo svegliare e portare da noi.
Perlopiù, però, procedono a passo d'uomo lungo un sentiero di campagna ricoperto di lastre di cemento che ha pagato l'Unione europea, proprio come i detector termici, le nostre auto o i visori notturni. Per farci diventare più efficaci e aiutarci a fermare il male che vuole infiltrarsi attraverso la frontiera. Sorvegliamo una frontiera esclusiva, non una qualsiasi, bensì la frontiera esterna dell'UE. Non a tutti i colleghi viene data questa opportunità. Alcuni prestano servizio soltanto presso la frontiera ungherese o bulgara. Noi invece siamo l'ultimo baluardo prima della marea.
In realtà Badea e io non facciamo altro che stare seduti a lungo in auto, nascosti in un boschetto, e fissare davanti a noi. A volte uno di noi esce senza dire una parola, quando qualcosa gli sembra sospetto, e perlustra la zona con il binocolo, poi rientra puntualmente senza dire una parola. Spesso è solo uno dei contadini che dà un'occhiata ai suoi campi coltivati e che conosciamo bene. O solo il luccichio ingannevole all'orizzonte, nella calura di mezzogiorno. O a volte nemmeno quello, non c'è nulla: «Non era niente.» E allora il silenzio continua, né fuori né dentro si muove foglia.
Rare volte Badea, che ha superato di gran lunga i cinquantasette anni e tra breve se ne andrà in pensione, si mette a raccontare del passato. Ha fatto in tempo a vivere sotto i comunisti, da giovane soldato è andato su e giù per gli stessi campi, è stato in piedi sulle piattaforme delle postazioni di osservazione che ora non vengono più utilizzate e ha atteso il momento di un sospetto anche minimo, del più impercettibile movimento nel paesaggio. Il minimo rumore. Senza detector termici, senza apparecchi per la vista notturna e potendo contare solo sul proprio orecchio, sul proprio occhio.
Era un tempo in cui la frontiera doveva essere protetta da quelli che volevano uscire; ora non dobbiamo far entrare nessuno, almeno in teoria, perché tanto non viene quasi mai qualcuno. A volte nei comunicati stampa emessi tutti i giorni leggiamo che qualcuno, ricercato in Occidente, è stato preso in un settore di frontiera più a Sud. Che più a Nord, in un camion, sono stati rinvenuti merce di contrabbando, jeans, profumi, sigarette.
Sono singoli piccoli momenti clou, che non riescono a riempire un'intera quotidianità di servizio. Aspettiamo con mestiere e a Badea, che aspetta che trascorrano gli ultimi anni per poi non fare altro che pescare, va bene così. Dopo l'89 è tornato in servizio. In quella zona non c'era altro lavoro. Non ho mai capito perché non sia stato promosso, è rimasto un poliziotto di frontiera semplice, come me. Se gli si chiede il motivo, elude la domanda.

Alcuni giorni dopo sto di nuovo sul balcone a fumare. Ancora una volta si levano le cornacchie e si accende la luce di fronte. Ancora una volta esce la donna e si accende la sigaretta, poi mi saluta quasi impercettibilmente con un cenno del capo e io annuisco di rimando.
Tutto è un circuito perfetto dal quale non c'è scampo; c'è a chi pesa di più e a chi di meno, si confida nella routine, nella dimenticanza.
La nonna mi chiama dentro per misurarmi la pressione, e mentre in cucina arrotola la mia manica per tirarla su dice: «Ieri ho parlato con tua madre. Su Skype. Una buona cosa, questo Skype. Ha detto che l'austriaco a cui fa la badante morirà presto. È solo carne e ossa. L'austriaco, non tua mamma, anche se pure lei è dimagrita parecchio. Ha paura di stare da sola col vecchio in quella casa grande, ma vuole restare fino alla fine. L'uomo non riesce più a parlare, quindi tua madre sta seduta da lui e gli parla un po' in romeno e un po' in tedesco. Lei dice che non importa cosa gli si racconta, basta che ascolti una voce umana che lo accompagna verso la morte. Gli racconta anche della morte di tuo nonno e di tuo padre, che Dio protegga le loro anime. Non so perché abbia l'esigenza di raccontare a una persona morente la morte di altre persone, ma tua madre dice che potrebbe consolarlo. Io non credo. Puoi venire a sapere di tutti i morti che vuoi tu, ma a morire devi sempre morire da solo. Va beh, perlomeno l'austriaco muore con la morte romena nell'orecchio.»
È contenta della mia salute, mi srotola giù la manica e la liscia con la mano. Poi mi carezza col dorso della mano sulla guancia. «Non si sei rasato bene. Cosa penseranno i siriani quando davvero un giorno spunteranno alla frontiera e ti vedranno così? Che siamo barbari?»
«Ha detto quando torna?» «Tua madre? Tra un paio di settimane. Stavolta vuole restare da noi più a lungo; dice che per il momento ne ha abbastanza di stare insieme a vecchi e ammalati, di beccarsi i loro improperi o le loro molestie.» «E poi come abiteremo? Qui non c'è quasi posto per tre.» «Dice che ora stai guadagnando qualcosa, non molto per via del grado di servizio più basso, ma è almeno un inizio. Vuole aiutarti a prenderti una stanza in affitto. In fin dei conti, un giorno dovresti anche poter invitare a casa una ragazza.» «Una ragazza? E dove la trovo?» «Per esempio dall'altra parte della strada. Credi davvero che si svegli per puro caso alla stessa ora ed esca alla stessa ora per fumare? Se pensi questo non conosci le donne.» «Dici sul serio?» «E non ti seguirebbe nemmeno con lo sguardo trasognato mentre esci di casa.» «Lo fa?» «Eccome. Se non vuoi che presto si infatui di un altro, una volta dovresti attraversare la strada, suonare il campanello e osare una parola.» Rido, la cingo con un braccio e la tiro a me. «Buni, cosa farei senza di te?» Cerca di liberarsi dal mio abbraccio. «Faresti meglio a promettermi che lo farai presto.»
La libero e torno sul balcone. La luce è già più intensa, a Ovest spunta un fronte di nuvole, probabilmente pioverà. In quel caso i campi sarebbero imbevuti di acqua e la visuale sarebbe ridotta. Ci sono dei furfanti che tentano la fortuna proprio con un tempo del genere. Ma quando imperversa la tempesta, quando la pioggia si abbatte sulla frontiera in fitti rovesci, forte e rumorosa, non c'è niente da fare, né per noi né per gli altri.
«Promettimelo», sento dire con enfasi mia nonna, che mi ha seguito. C'è un unico tema che può distrarla. «Buni, com'è la situazione dei fenomeni paranormali nel nostro paese? Si è mosso qualcosa negli ultimi tempi?» «Fai bene a chiedere. Lo sapevi che c'è un posto nei Carpazi dove la gente è più intelligente che altrove? Tutto questo l'ho letto ieri. Ha qualcosa a che fare con delle radiazioni segrete che hanno trovato là.»
Nell'autobus Nea Nicu sventola un foglietto che poi si infila in tasca. È il numero di telefono di un'agenzia intermediaria che offre lavori in Inghilterra.
«Se non ti decidi, presto avranno smesso di cercare qualcuno. Al momento di lavoro ne hanno ancora abbastanza.» «Ma io lavoro per la polizia di frontiera. Se mi faccio valere sul lavoro riesco ad andare avanti anche qui.»
«Ragazzo, ma se sei capitato lì soltanto perché tua nonna ti ha costretto. Sei stato tu a dirmelo. Aveva paura che altrimenti potessi prendere una brutta strada. Ma tu sei giovane, dovresti vedere il mondo. Là fuori ci sono molte opportunità. Vuoi passare il resto della tua vita a fissare una striscia di terra dove non succede mai niente? Vuoi girare in tondo come me col mio autobus? Vai via, scopri il mondo e se non ti piace poi torni.» Sono trascorsi un paio di giorni, giorni piovosi in cui non si sono arrischiati a uscire dal loro riparo nemmeno il guardiano della stazione con i suoi cani. Giorni cupi, scuri, con un tappeto di nuvole basse e un vento forte. Non appena finisce la pioggia la terra inizia a fumare, a emettere un odore dolce e pesante. Ormai regna una calura insolita per questa stagione, un caldo secco insopportabile come davanti alla bocca di un forno. Badea e io abbiamo il turno di notte, seguiamo le strisce a fari spenti confidando nella luce della luna. La strada, ampliata di recente, è più chiara dei campi che la incorniciano. Di notte sui valichi di frontiera c'è meno movimento, ma sono proprio queste le circostanze da cui alcuni trafficanti si ripromettono maggiore successo. Altri preferiscono invece le ore di punta. La sera siamo andati a prendere al valico di frontiera due albanesi che si erano nascosti in un tir e li abbiamo portati in centrale, e poi abbiamo consegnato un autista ubriaco a una volante della polizia. Abbiamo sorvegliato la costruzione di nuove steli e imposto ad alcuni contadini di falciare, con l'ultima luce del giorno, quelle parti della striscia di frontiera che confinano con i loro campi.
Badea non ha parlato più del necessario, a essere precisi due volte. Quando abbiamo attraversato il passaggio a livello ha tirato giù il finestrino con la manovella, ha dato al guardiano della stazione un paio di monete e gli ha urlato: «Attento a non farti prendere dalla morte.» Poi, in silenzio, come a se stesso, ha aggiunto: «Mio fratello oggi avrebbe la sua stessa età.» «Non sapevo nemmeno che lei avesse un fratello», ho detto. Dopodiché ha ripreso a tacere. Tacere è la sua principale virtù. È in grado di tacere tutto un giorno o perfino più giorni di seguito, fatta eccezione per i soliti scambi con la centrale o gli ordini che mi impartisce, anche se abbiamo lo stesso grado di servizio. Io gli obbedisco, perché lo fa con la disinvoltura di uno che ha trentacinque anni di esperienza professionale alle spalle.
Dopo che abbiamo raggiunto il nostro nascondiglio nel boschetto, è sceso, ha dato per un attimo un'occhiata al suo visore notturno, poi lo ha messo via e si è acceso una sigaretta. Fa qualche passo davanti alla macchina e resta in piedi dandomi la schiena. La notte è così silenziosa che riesco a sentire bene cosa dice. «Verso marzo, lì fuori, migliaia di loro sono sfilati davanti a noi. E quanti sono finiti da noi?» Scendo anch'io e mi metto accanto a lui.
«Venti», credo. «Venti. Capirai che esaltazione! Venti poveracci, chissà dove saranno adesso.» «Dove vuoi che siano? In Germania, se gli ungheresi li hanno lasciati passare.» «In Germania non c'è tua mamma?» «In Austria, ma da lì non ci vuole molto fino alla Germania. E in poco tempo si arriva anche in Svizzera. È come da noi a Beba Veche. Se lì ti sbrighi, in cinque minuti puoi essere in Ungheria, in Serbia e da noi.» Aspira con forza la sigaretta, poi mi porge il pacchetto. Io sono abituato a orientarmi al buio. Estraggo delicatamente una sigaretta, lui dice: «Girati quando la accendi, altrimenti ti vedono», facendo con la testa un cenno verso i campi davanti a noi, «e per oggi possiamo tornarcene a casa.» Fa una breve pausa. «Sempre se c'è qualcuno, là fuori.» Torna alla volante, afferra la radiotrasmittente e chiama in centrale. «Dite un po', c'è movimento lungo la striscia o stiamo qui come due pesci lessi?» «Non c'è bisogno che urli, Badea. Ti sentiamo bene. Negativo, nessun movimento sulla striscia. Nessuna fonte di calore tranne voi due. Una notte tranquilla. Terminate il vostro giro di controllo e tornatevene qui.»
Badea torna davanti, ci troviamo dietro l'ultima fila di alberi davanti al campo sul quale crescono solo rovi e qualche pianta di mais, ma in questo periodo dell'anno non hanno ancora raggiunto un'altezza sufficiente, e noi distinguiamo bene la striscia di frontiera che c'è dietro. Si alza il vento e curva le spighe, mentre il campo è investito da un lieve fruscio. Badea estrae il visore notturno e lo inforca di nuovo. Ispeziona con attenzione lo spazio davanti a noi, rischiarato solo dalla luce della luna. «Niente», mormora e mette via gli occhiali. «A volte quando stiamo qui ho la sensazione che il mondo sia letteralmente scomparso.» «Hm, hm», rispondo io, sorpreso dalla comunicatività del mio accompagnatore.
«Presto le sterpaglie e il mais saranno così alti che la striscia non la vedremo proprio più. Non dimenticarti, tra alcuni giorni, di andare a prendere il contadino per farli rimuovere. E deve anche falciare il prato sulla striscia.» Prendo coraggio. «Badea, non sapevo neppure che lei avesse un fratello.» Si gira verso di me e mi squadra con insistenza. «Chi lo dice?» «Lei. Lei ha detto che il custode della stazione ha la stessa età di suo fratello.» «Mio fratello è morto, ma non lo sa quasi nessuno. Andiamo in centrale a bere un caffè. La notte è lunga.» Ci siamo già spostati dalla frontiera e abbiamo fatto qualche passo verso la macchina quando di colpo resta in piedi e si volta. Stende il braccio e indica un punto fuori nel buio. «Sai dove si trova la torre di vedetta, a meno di cento metri da qui.» «Certo.»
«Oggi è in disuso ma allora, sotto i comunisti, lassù c'era sempre un soldato a sorvegliare la sezione. Il più delle volte la gente cercava di passare la frontiera nelle notti senza luna. Da sola o in gruppo. In questo boschetto facevano spesso una sosta e cercavano di scoprire se la guardiola fosse occupata oppure no. E il gioco era sempre questo: chi resta fermo più a lungo, il soldato là sopra o i profughi della Repubblica quaggiù? Chi sarebbe stato più paziente? Per il soldato era più semplice, comunque non aveva nient'altro da fare. Era il suo compito. Ma prima o poi i profughi erano costretti a muoversi se volevano essere dall'altra parte prima dell'alba. Dovevano chiamare a raccolta tutto il loro coraggio e fare il primo passo.» Badea si ferma e si sbottona i bottoni più in alto della camicia, come se avesse bisogno di aria per respirare. «Perché mi racconta tutto ciò?» «Mi hai chiesto di mio fratello, no?» «Sì, esatto.»
«Allora devi ascoltare tutta la storia. Anche mio fratello voleva passare di qui e sperava che quella notte piovesse o perlomeno che il cielo fosse coperto. Ma sulle previsioni del tempo non c'era oracolo che tenesse. Ha aspettato a lungo qui e ha osservato la torre che non emetteva alcun suono. Era una notte illuminata dalle stelle. Poi si è deciso ad abbandonare il suo rifugio. E all'inizio non è successo niente, allora ha fatto ancora qualche passo e si è acquattato. Lo ha fatto più volte, ma il soldato aveva visto tutto, è stato più paziente e alla fine ha vinto. Mio fratello gli è corso direttamente tra le braccia, o forse dovrei dire nella canna del fucile. Il soldato aveva abbandonato il suo nascondiglio ed era sceso giù. Mio fratello lo aveva supplicato di lasciarlo andare, fino all'arrivo degli altri il soldato avrebbe avuto tempo, ma il soldato fu impietoso. Era giovane, e credeva al suo compito di proteggere la frontiera del paese e arrestare i fuggiaschi, è rimasto freddo davanti alle implorazioni di suo fratello… »
Interrompe il suo racconto e non torna più sull'argomento. Né in quella notte né nei giorni successivi. A volte in macchina lo guardo di lato e mi viene da dubitare della sua versione. Un tradimento del genere è difficile da immaginare.

L'andamento della frontiera nel nostro settore è umorale, si snoda lungo torrenti e boschetti e come un serpente attraversa il paesaggio con ampie spire. A volte la frontiera penetra per qualche centinaio di metri in territorio serbo, poi cambia di nuovo direzione, verso Nord. A volte somiglia a un'onda, poi di nuovo all'ingranaggio di una ruota idraulica. Spesso si ritira nella profondità dello spazio per poi, subito dopo, riavvicinarsi ai villaggi e riprendere a scorrere direttamente dietro ai cortili.
All'uscita del villaggio di Beba Veche c'è una sbarra che può essere superata a piedi per poi raggiungere un piccolo ponte. Lì il sentiero si divide, a sinistra si va verso la Serbia e a destra in Ungheria, dando le spalle alla Romania. Ma a quel crocevia di tre sentieri di campagna, a quello snodo non c'è niente. È la terra di nessuno, un'anomalia. Non appartiene a nessuno, e nessuno avanza pretese su di essa.
Da qualche parte comincia la Serbia, da qualche parte finisce l'Ungheria, anche lì ci sono sbarre. Se fossero sufficientemente vicine, e se i loro estremi potessero toccarsi, formerebbero un triangolo perfetto. E in quel triangolo ci si troverebbe in un nulla ancora più piccolo.
Quando Badea e io siamo di pattuglia lì, parcheggiamo la macchina dietro lo sbarramento e proseguiamo a piedi. Lo lascio sempre andare avanti finché non riesco più a vederlo. A volte torna indietro e dice: «Vuoi restare di nuovo fermo nel triangolo delle Bermude? Allora resta lì, ma guai a te se scompari!»
Per breve tempo sono solo. Una coppia di cicogne – siamo convinti che sia sempre la stessa – nidifica nel triangolo. In lontananza si sente il mormorare di un fiume, tranne in piena estate, quando non porta acqua. Ogni tanto ci sono solo bambini che passano in bicicletta, solo a loro è permesso fare il bagno nel fiume e pescarci. Spesso io – fatta eccezione per le cicogne – per qualche istante sono l'unico abitante di una terra che è grande all'incirca quattro volte il nostro appartamento o il bus di Nea Nicu.
L'attesa che succeda qualcosa prima o poi si esaurisce anch'essa. Siamo tornati da un'ispezione alla frontiera presso Beba Veche, ci siamo accesi le sigarette nel nostro boschetto e a turno guardiamo attraverso il visore notturno. Badea pone fine al suo silenzio che già ci ha tenuto compagnia per tutta la sera. «E quindi rieccoci qui.»
Annuisco e sono sicuro che riesce a vedere il movimento. Siamo due creature della notte ormai ben avvezze al buio. «E di nuovo non succede niente.» Annuisco ancora una volta. «Ma chi è che dovrebbe venire da noi? Da noi nessuno, vogliono andare tutti in Germania.»
«Io potrei andare in Inghilterra. Lì ci sarebbe lavoro per me.» «Allora anche tu… Beh, non ti biasimo. Per me non c'è più molto da fare, tra quattro anni è finita. Ma tu sei giovane.» Tacciamo. «Se avessi avuto io le tue possibilità quando ero giovane.» «Non aveva la possibilità di farlo scappare?» «Di cosa parli?» «Di suo fratello.» «È morto in prigionia.» «Perché mi ha raccontato questa storia?» «E chi lo sa il perché. Mi andava.» «Non ha paura che lo vengano a sapere altri?» «Tu da anni sopporti il mio silenzio, quindi anche tu sai tenere una cosa per te. Peraltro i nostri capi lo sanno già.» «È questo il motivo per cui non è mai stato promosso?» «Questo è il motivo per cui ho sempre rifiutato.» In quell'istante si irrigidisce, come un cane da caccia che ha annusato una pista nuova. Conosco questo lato di lui. Il suo corpo prende un aspetto ancora più compatto, mentre il suo sguardo acuto fissa un punto nella natura che giudica sospetto. Da un momento all'altro assume il controllo il vecchio istinto della guardia di frontiera. Guarda attraverso il visore notturno ed emette un sibilo tra le labbra serrate: «Direttamente davanti a noi, ore dieci. A meno di cento passi da qui. Ho visto un bagliore come di un fiammifero o di un accendino.» Non ci vuole molto prima che cominci a bestemmiare: «Mannaggia, non si riesce a riconoscere quasi niente. Non ti ho forse detto che devi segnalare di far falciare tutto? Ci si potrebbe nascondere mezza Siria e noi non ce ne accorgeremmo.»
Scontento schiocca la lingua, mi preme l'apparecchio in mano, sale in auto e chiama la centrale: «No, non vediamo niente. Qualche minuto fa sono passati degli animali, ma questo è tutto. Buonanotte.» Non appena Badea ha riconquistato la postazione e ripreso a bestemmiare, sentiamo lo squillo della radiotrasmittente. «E allora? Ora avrete sicuramente scoperto qualcosa.» Corre all'auto, lo sento dire un paio di volte: «Capisco» e: «Sarà fatto», poi posa e per un frangente resta in silenzio. «Alla fine niente?»
«È morto il guardiano della stazione. Chissà perché si aggirava sul binario durante la notte. È sopravvissuto a così tanti treni e ora lo ha beccato un camion. Qualcuno deve andarci a sparare ai cani. Non fanno avvicinare nessuno a lui. Bisogna liberare il passaggio ferroviario, altrimenti il treno non riesce a passare. Ora è bloccato a Jimbolia. Noi siamo la pattuglia più vicina.» Inspiro profondamente.
«Preferisco restare qua. Chi lo sa se non avevano ragione e qualcuno si nasconde là fuori.» «Ma non giocare a fare l'eroe. Se si muove qualcosa segnalalo subito e resta nel nascondiglio. Qua c'è dell'acqua, la radiotrasmittente e una lanterna. Torno tra un'ora al massimo.» Esce dal boschetto a marcia indietro, svolta sulla strada e scompare nella notte. Resto indietro nel silenzio.

In alcune notti là fuori tutto sembra spettrale. Dipende dalla luce della luna che illumina la campagna col suo bagliore intenso e conferisce al paesaggio ombre e sagome misteriose. Me ne sto sull'ampia zolla e penso che si può marciare dritto e scoprire il mondo senza incontrare nemmeno un ostacolo. È come se nulla avesse una fine o un inizio. Tutto è senza contorni, senza peso, senza soluzione di continuità. Ma questa condizione non dura mai a lungo, perché nel buio c'è anche la striscia di frontiera, muta. Si può guardare oltre, le si possono voltare le spalle ma è sempre là. Esercita una propria forza di attrazione, in quella zona era l'unica cosa certa. E noi siamo al suo servizio.
Mi riprometto di riflettere, durante l'assenza di Badea, su cosa voglio combinare nella mia vita. Se scavare nella terra inglese o starmene qui su questa terra a fissare il buio. Se attraversare quei pochi metri al di là della strada come ha detto la nonna. Ma non faccio in tempo a pensare perché quel bagliore che ha percepito Badea si ripete, questa volta soltanto a un tiro di pietra da me. Me ne vado in copertura e istintivamente tasto la fondina della pistola. Tendo l'orecchio per vedere se sento voci soffocate o passi, e c'è davvero qualcuno che si muove verso di me, ma si trova ancora nel campo di mais serbo al di là della striscia. Poi spunta una figura con una sacca in spalla che zoppicando supera la striscia, avvicinandosi dritto verso il mio nascondiglio. Si ferma, illumina rapidamente la strada davanti a sé col cellulare e poi si rimette in movimento. Che leggerezza, penso io. Si sta dirigendo proprio tra le mie braccia.
Ancora pochi passi e si troverà direttamente davanti al boschetto, senza alcuna possibilità di nascondersi. Solo ora mi rendo conto che la figura è un uomo. «Dai, avvicinati», sussurro. Ci separano solo altri dieci o quindici metri, poggia la sacca, si allunga e cerca, come mi sembra, un'apertura tra gli alberi per immergersi nel boschetto. Lì sarà molto più difficile mettergli i bastoni tra le ruote. Estraggo la pistola, gli punto addosso il faro della lanterna e urlo: «Stai! Mâinile sus și în genunchi!» L'uomo comincia a lamentarsi e a parlare in una lingua che non riconosco. Anche se evidentemente non mi ha capito e resta in piedi anziché inginocchiarsi alza le mani. Continua a parlare in un mix di arabo e inglese, ormai l'ho capito. Ripeto in inglese di inginocchiarsi, cosa che fa subito.
«Come si chiama?» «Halim. Non sparare, io no pericoloso.» Ora parla soltanto in un inglese stentato. «Dicono tutti così. Dalla Siria?» «Ungheria. Loro me preso e riportato Serbia. I serbi messo me in lager ma da lì io scappato.» «E cosa sta cercando qui?» «Strada per Germania. Credo molti giorni in cerchio. Dove io qui?» «Nella Repubblica di Romania. Ha attraversato illegalmente la frontiera. Devo arrestarla. Mantenga le mani in alto. Devo vederle.»
Mi bastano pochi passi per essere vicino a lui. Nella luce riconosco un viso stanco, smagrito, non rasato. Il viso di un uomo qualunque. Un uomo non più vecchio di me, un uomo medio, scalzo e non lavato, in vestiti sporchi e bucati. Poso la lanterna e prendo la ricetrasmittente continuando a tenere puntata l'arma contro di lui. «Prego, lascia andare me», piagnucola. «No problema. Io solo andare indietro.» Si avvicina a me ginocchioni, in modo tale da costringermi a indietreggiare. «Sono tenuto a fare rapporto.» «Ma io non volere Romania. Romania no buono. Io Germania.» «Lo vogliamo tutti noi, chi prima chi dopo. Ora stai calmo.» Risponde l'ufficiale notturno, e non senza orgoglio gli segnalo un attraversamento illegale della frontiera che io però sono stato in grado di fermare, impedire, fermare e impedire. «Quindi fammi capire, lo hai impedito o fermato?», chiede l'uomo in tono di scherno. «Da quello che posso vedere dalla tua immagine termica non ti trovi sulla striscia ma ai confini del bosco.» «È così. L'ho preso qui.» «Allora non l'hai impedito, lo hai fermato.» «Fermato o impedito, è la stessa cosa. L'uomo si trova davanti a me, e qualcuno deve venire a prenderlo.» Dall'altro capo del filo cala il silenzio. «Dove hai detto che ti trovi?» «Davanti al boschetto. Ma tanto lei mi può vedere.» «Sì, riesco a vederti. Muoviti un po'.» faccio quello che mi è stato detto. «Sì, forte e chiaro. Ma oltre a te non si vede più nessuno. L'unica fonte di calore in circolazione sei tu.» «Ma se sta davanti a me!» «Stammi un po' a sentire. La mia strumentazione qui mi dice che là fuori ci sei solo tu. La mia strumentazione viene dalla Germania e quando i miei strumenti mi dicono che lì non c'è nessuno allora vuol dire che non c'è nessuno. Degli strumenti tedeschi mi fido di più che dei tuoi occhi romeni.» «Ma…» «E ora smettila con i tuoi scherzi, altrimenti ti becchi una nota di biasimo. Aspetta finché torna Badea e poi ti fai risentire. Fine della storia.» E posa. Sorpreso e incredulo guardo verso il mio prigioniero e lo illumino di nuovo come per sincerarmi che esista davvero. Con una mano mi strofino la faccia e mi verrebbe da chiamare di nuovo ma ci rinuncio. Aspetterò finché torna Badea. In questo istante l'uomo comincia a lamentarsi, si getta a terra e si arruffa i capelli. Picchia coi pugni a terra. «Che significa?», dico. «Si calmi.» Ma lui sembra aver perso il lume della ragione e dà la colpa del suo destino a Dio e al mondo e bestemmia. Si colpisce il petto, si stende in tutta la sua lunghezza, la sua voce si fa più affaticata e rotta. Mai prima di allora ho capito così poco e così tanto al tempo stesso. Infine, quando le forze lo abbandonano, se ne resta steso e basta. Combatto con me stesso, perché da un lato vorrei andare a vedere come sta, dall'altro devo restare all'erta. Un uomo come lui, pronto a tutto, sarebbe capace di volermi strappare di mano l'arma. E se invece avesse architettato qualcosa, se avesse imparato a fingere e se avesse l'intenzione di ucciderci? E non è che non ci abbiano avvisati. Singhiozza ancora per un po', poi si fa silenzioso, si tira su in piedi.
«Tutto ok? Niente paura, ti tratteremo bene.» Dai villaggi si sente rumore di cani. Non si muove. Mannaggia, e ora cosa faccio, penso. «Sicuramente hai fame. Ho dell'acqua.» Gli getto la bottiglia davanti ai piedi. Pian piano nel suo corpo torna a scorrere la vita, con entrambe le mani si strofina la faccia come se volesse risvegliarsi da un brutto sogno. Sospira rumorosamente, poi torna calmo.
«Bevi.» «No sete.» «Cosa c'è nel sacco?» «Mangiare. Vestiti.» «Hai un'arma?» Inizia a ridere. «Arma, capisci?» «Capire.» Scuote la testa. «Gettami il sacco.» Obbedisce. «Sei da solo o ci sono anche altri?» «Io uomo molto solo», dice con voce spenta. Punto la luce sul campo limitrofo, ma non riesco a riconoscere niente di sospetto. «Ti sanguinano i piedi. Dove sono le tue scarpe?» «Rubate su strada: da giorni camminare senza.» «Ma così le ferite si infettano. Prendi dell'acqua e lavale. Dopo nella centrale ti medichiamo.» «Ma io no centrale, io Germania.» «Con i piedi così non vai lontano.» «Se io alzo e piano torno indietro, tu sparare?» «Ti devo sparare alle gambe.» Afferra la bottiglia e beve. Nel frattempo mi sono seduto a una certa distanza da lui. Illumino il mio orologio, fra trenta minuti al massimo Badea sarà di nuovo qui e saprà cosa bisogna fare. «Tu molte domande», dice dopo qualche tempo. «Hai una faccia?» Tengo la lanterna in modo che lui possa vedermi. «Sei giovane», dice. «Ventisei.» «Io un anno più. Tu già combattere? In guerra?» «Qui non c'è la guerra.» «Anche io no combattere, anche se loro volere. Ma io cuoco, so cucinare bene. Io dire loro "Perché combattere se mangia bene?"» «A chi lo hai detto?» «Io non sapere esattamente. Uomini nella mia casa. Loro dicono uccidere me, mia moglie e mia figlia. Loro dire io devo combattere.» «E tu cosa hai fatto?» «Io cucinato bene per loro. Loro portare tutto me servire, poi io faccio tisqiye e maqdous, ricetta di nonna, e mahshi e mlukhiye. Da noi dire: mlukhiye è mangiare di Dio. Loro così tanto mangiare e dormire. Dormire molto. Mia moglie e io e figlia uscire da finestra, poi correre. Tanto correre. No fine.» «Dove sta tua moglie? E la tua bambina? Nel campo?» Illumino il campo dietro di lui. «Possono uscire. Non gli succederà niente.» Continua a tacere. «Non ci sono?» Gli fisso il volto. «Hai fame?», chiede. «In sacco pane vecchio di contadino e paio mele. Noi divide, sì?» Frugo nelle sue cose e gli getto pane e mele. «Io non posso accettare niente», dico. «Ma tu sicuramente fame.» Si spezza il pane sul ginocchio e me ne getta un pezzo insieme a una mela. «Tu mangiare. No veleno. Quando mangiare regalo, sempre deve mangiare.» Lentamente tiro verso di me il pezzo di pane e la mela, pulisco la mela contro il mio pantalone e stacco un morso. «Tu famiglia, moglie, bambino?» «Mia madre è in Austria e mia nonna a casa. Anche la nonna cucina bene. Mamma no.» «Cosa cucinare romeno?» «Per esempio i sarmale.» «Conosco. Anche io fare. Turco.» «Anche la ciorbă?» «Anche. Io fare ristorante Romania.» «Vedi? La Romania non è tanto male.» «No sentito molto di esto paese.» «Nemmeno io del tuo. Solo della guerra.» «Tu conoscere Germania? » «No. Ma molti di qua stanno là. » «Allora perché io qui se tutti Germania?» «Forse voglio andare in Inghilterra.» «Ah, Inghilterra anche bene. Londra, grande città, tanto lavoro, FC Liverpool, ma mangiare male.» «Io faccio più il tifo per il Manchester United.» Mi interrompo. «Tua moglie dov'è?»
Tace per qualche minuto, sembra lottare con se stesso ma poi vince la paura: «Conosci Izmir? Città Turchia. Molti siriani, da lì barca per Lesbos, Grecia. Io lavoro cuoco a Izmir, no buona vita, ma vita. Turchi non amare siriani, noi prendere lavoro, lavorare meno soldi, tanti problemi. Minacce, sguardi brutto, dormire in tenda. Io parlare con moglie, dire Germania bene, lei dice, ma non casa. Casa morta, meglio Germania, io prometto moglie Germania bene, noi parliamo molto, tutta notte, tutte notti, poi io decide. Io uomo, io deve decidere, donna deve accettare. Compriamo tre salvagente e pagare mil cinquecento dollari, one-five­zero­zero, per posto barca. Barca male, salvagente male, morte. Morire!» Restiamo in silenzio per un po'. «Adesso io andare Germania solo. Devo Germania. Per moglie e figlia devo.» Tace per un attimo. «Fa me andare.» «Non è possibile.» «Se cucino per te, tu pensi diverso.» Sorriso. «Sì, forse.» Nel silenzio della notte si sentono in lontananza rumori di motore. Si alza e mi fa un cenno. Mi alzo anch'io, faccio alcuni passi verso di lui e gli porgo la sacca con le sue povere cose. «Tu sparare, no problema.»
La macchina, ancora invisibile, si avvicina sempre di più. Badea ha ancora meno di duecento metri da percorrere prima di svoltare nel boschetto. So che da questa distanza riesce a vedere la luce della lanterna, quindi la spengo. Quando Halim si carica in spalla la sacca lo tiro alla manica per fermarlo e lui si spaventa. In fretta mi slaccio le scarpe e gliele consegno.

«Prendile. Forse ti vanno.» Pochi secondi appena e il campo, la notte e la terra già lo hanno inghiottito come se non fosse mai esistito. Nel frattempo Badea si è fermato, nel buio ha scoperto la mia figura e mi ha ordinato di fare luce. Mi squadra da sopra a sotto mentre gli vado incontro. «Sono passato al volo in centrale. Mi hanno detto che vedi fantasmi. Forse non dovrei più lasciarti così solo. In una notte del genere ci si può inventare un sacco di cose.» Di colpo guarda inebetito i miei piedi, mi strappa di mano la lanterna e li illumina.
«Dove sono le tue scarpe, poliziotto di frontiera Şerban?» «Le mie scarpe, poliziotto di frontiera Badea?» «Come ho appena detto, le tue scarpe. Che sono state pagate con soldi dell'UE. Dove sono?» Mi guardo indietro. «Sono… forse… in cammino verso la Germania.»