I tre cordoni dell'anima
Cristina De Grassi
Il grande confine è quello che s’incapriccia giù in fondo, lungo l’ultimo
cordone dell’anima. Così dicevi.
Ma non dirò di te, dirò solo delle tue parole. E tu le riconoscerai.
Eri assorto quando le pronunciavi. Sembravi rapito da un luogo lontano.
Io, come un’ape invaghita, bevevo il tuo nettare di sillabe arcane, nutrivo
una speranza folle, partire con te nel tuo viaggio, così, speranzosa,
t’incalzavo: dimmi dell’anima, dai, raccontami.
E rimanevo lì, ferocemente attenta ed al contempo estasiata. Nella
speranza di raggiungerti quasi tendevo il braccio per agguantare con la
mia mano la tua, i muscoli tesi pronti a saltare ed a ritrovarsi molli nella
nuova terra, quella in cui tu raccoglievi le parole che risalivano chissà
come alla tua bocca per raggiungermi sempre in attesa.
Le tue labbra continuavano a dire, il racconto passava attraverso i
mondi con la semplicità di pioggia finissima ed arrivava a me come freccia
sul bersaglio.
L’anima è sorretta da tre cordoni, dicevi, uno, sul lato destro, è quello
della rettitudine, l’altro, sul sinistro, è quello della fede e poi c’è l’ultimo
cordone, è posto in basso, al contrario, sfida la gravità, potrebbe sembrare
l’asta di un calice, ma non lo è, è il cordone del grande confine. Il confine
tra noi e gli altri.
Non volevo avere confini, non io, volevo che tutto ciò che era carne
svanisse, volevo fare un salto, lungo e senza respiro, per raggiungerti lì
dov’eri e potermi perdere dentro a quella conoscenza, volevo assaporarla
direttamente, non immaginarla soltanto, non usufruirne come un lascito
delle tue labbra.
Ma a te il confine era caro, per te quel cordone era, dei tre, il più importante,
di quello in particolare bisognava averne cura sostenevi, bisognava
tenerlo teso, teso, sì, ma attenzione, mai troppo, sussultavi, e
allora con il busto ti sporgevi in avanti e mentre rilasciavi i muscoli e
sembravi cadere in una normalità raggiungibile avevi un guizzo ed aggiungevi
che allo stesso modo non bisognava allentarlo, altrimenti l’anima
barcolla e quando accade non ne viene fuori nulla di buono.
Immaginavo quel luogo in cui andavi a prendere le parole come un
prato d’erba alta, tanto alta da arrivare alla bocca, da lasciarsi dietro una
scia se ci camminavi attraverso. Tanto alta da poterti seguire anche da
lontano, seguendo tracce chiare, anche per una cacciatrice bambina.
Ma solo tu riuscivi a vedere, io rimanevo nello spazio conosciuto, accanto
al tuo corpo seduto. Tu riuscivi ad andare e ritornare nel tempo di
qualche battito di ciglia. Nel tuo ritorno, tutt’intorno si addomesticava a
quei contorni così usuali ai tuoi occhi che quasi mi scorgevi. La stanchezza
del tuo viaggio solitario si portava dietro gli ultimi fili d’erba che
trascinavano con se l’epilogo del tuo andare: se il cordone del confine è
troppo teso, concludevi, l’uomo è pauroso, spranga tutte le sue porte e
può anche morirne, se è troppo allentato viene sbattuto dai venti, nell’agitazione
non riconosce più se stesso e si perde.
Riottenevi la coscienza nel breve istante in cui mi regalavi uno
sguardo. Allora anche i miei muscoli si rilassavano.
Ad ogni tuo piccolo viaggio sentivo un po’ di più che non sarei mai
riuscita a seguirti. Ad ogni tuo ritorno intuivo un po’ di più che mai mi
avresti teso la mano, che mai avrei fatto il salto lungo senza respiro.
La delusione della solitudine regala una vulnerabilità spaventosa.
Il viaggio è solitario, ora lo so, prevede un solo passeggero per volta.
La partenza si costruisce sul respiro, l’avevo imparato dal mio esserti
pubblico. L’attore ignaro eri tu.
Era così una volta. La verità era privata, e viveva sulle labbra di chi
aveva vissuto abbastanza da conoscere la propria, labbra come le tue.
Per conoscerla a tua volta non ti bastava ascoltarla.
Le parole avevano la valenza della neve leggera.
Si appoggiavano le une sulle altre, ma non facevano strato, svanivano.
Dietro di loro lasciavano il bagnato di un’acqua che ricordava il percorso.
Quell’acqua entrava nei pori dilatati dei pensieri, li vivificava, li
moltiplicava.
Le parole s’intervallavano agli accadimenti della vita, ora gioiosi, ora
nefasti, ora sereni, traghettando l’acquosa conoscenza centellinata dalla
neve leggera, sino all’ultimo cordone, quello in basso.
Il grande confine è quello che s’incapriccia giù in fondo, lungo l’ultimo
cordone dell’anima, è il confine tra noi e gli altri. Era la tua verità.
Il mio cordone si è spezzato, ma potrei anche averlo tagliato, non ricordo
i miei ultimi pensieri. Ma ricordo te e le tue parole di erba alta.
Tutte.
Tu avevi sempre saputo che sarebbe accaduto. Ora lo so. Dei miei cordoni
avevi intuito la lassità, forse con l’istinto del bosco.
Cercando la mia verità ho versato il lungo tempo che ha separato la
mia vita dalle tue parole in uno di quei vecchi imbuti di metallo luccicante,
scorrendo via rapido ha riempito tutti gli interstizi della mia esistenza,
rendendola ferma e piena.
Tu avevi tante certezze. Le certezze fanno bene, fanno riposare tranquilli,
ma io ora non so se le certezze si sommano o si sottraggono.
Se ne hai una, e poi un’altra ed un’altra ancora, alla fine ne hai molte.
Ma se la seconda dubita della prima? E se la quarta distrugge la terza? Se
la quinta, infine, vanifica la quarta?
Con il cordone tagliato, il mio confine è caduto ed il mondo mi ha invaso
senza pietà. Quel grosso cordone svolazzante, sferzato dai venti, è
divenuto frusta per gli altri due.
Il primo a pagarne il prezzo è stato il cordone della fede. L’ottusità di parole
salmastre che mi lasciavano assetata l’avevano già corroso, rendendolo
rigido al di fuori ed inconsistente al suo interno. Una prima casuale sferzata
ne saggiò la consistenza, quella di rimando, altrettanto involontaria, scosse
l’anima talmente forte che fu la rettitudine a sussultare.
Camminare sulla larga strada della rettitudine è semplice. Non bisogna
avere un gran fiuto per scovarla. Tutti sanno, sempre, qual è la cosa più
giusta da fare. Chi è che non sa che non bisogna tradire l’amicizia, la fiducia,
l’amore? Non esiste al mondo qualcuno che, almeno, non intuisca
le ovvie regole della rettitudine. Ma l’ovvietà ha sempre lo stesso colore,
il medesimo suono e quel sapore dolciastro con una punta d’aspro condita
dalla superbia di chi la sa possedere.
Mentre la sensazione che arriva quando la rettitudine se ne va è struggimento,
è avviluppamento, è disperata ricerca d’ossigeno, è vita che cresce dal
germoglio dell’errore e si contrae e si disfà per ricominciare ad apprendere.
Il cordone della rettitudine ha utilizzato molte strade per sfilacciarsi,
ma poi sotto quella grossa sferzata si è quasi vaporizzato, al suo posto
vive una felicità forse incauta, ma nuova ed in continuo divenire.
L’ultimo cordone, quello della fede, teneva ancora invece, chissà come,
era lì malconcio, in attesa di un dio che gli dica la verità. Ma quale dio
può farlo? Quello che ha parlato attraverso l’uomo figlio di una nascita
verginale? Quello che dettava regole nel buio di una grotta? Quello fatto
di molte braccia ed infinite teste? Quello che si palesava attraverso la
natura? Quanti dio ci sono lassù in alto, sopra nuvole e stelle, dove la nostra
ragione si perde, dove fingiamo di comprendere l’infinito. Quanti?
Sono stata io a tagliarlo. Io sono anche gli altri, mi sono detta, e non
voglio avere un dio che mi regala un palco d’onore, non voglio sentirmi
più giusta, non voglio partecipare ad una gloria che divide.
È dovuta alla decisione di quell’attimo la scintilla dell’intuizione, perché
il grande confine, il cordone più grosso, più nascosto, più pericoloso,
quello che s’incapricciava in fondo, quello delle tue parole, lui mi aveva
sempre separato.
Senza di lui i miei sensi percepivano una frequenza nuova.
Sapessi l’anima come ha ballato al suono della mia subitanea follia!
Credevo di essere già morta da un pezzo quando mi sono sentita chiamare.
Che suono, sapessi! All’inizio lo scambiai per la voce di un dio nuovo,
ma non era nulla che abitasse sopra le nuvole. Era qualcosa che abitava
dentro a quella sensazione di esistere che ci accompagna fin dalla nascita.
Era l’anima, quella dei tuoi tre cordoni. Che voce, sentissi! Era forte
come il vento di casa nostra ed al contempo leggera come la neve delle
tue antiche parole. E veniva da me.
NON LEGARMI MAI PIÙ, mi ha detto.
Ho una nuova verità, diversa dalla tua, potrei raccontarla, ma non lo
farò, attenderò che altri finiscano il viaggio solitario e si palesino. Poi ci
accompagneremo.
Altre anime si stanno liberando. Cadono i confini. Molti cordoni sferzano.
Riesco a percepire il loro sibilo di libertà.
La mia anima, ora, è libera di stare con me.
La tua verità mi ha condotto alla mia. È una strada lunga, ma ho iniziato
a capire.
Volevo tu lo sapessi.
CRISTINA DE GRASSI
abito a Trieste, sono sposata ed ho una bambina di otto anni. In qualità di giornalista (iscritta all’albo dei pubblicisti) collaboro con un giornale della mia città, sino a luglio di quest’anno ho anche lavorato per una casa editrice, ma la crisi economica miete vittime, io sono una di quelle. Adoro leggere sin da quando ero bambina, il piacere di leggere un libro, soprattutto la sera, e di sceglierlo tra una pila di altre possibilità a seconda dell’umore, è un piacere per me irrinunciabile. Amo l’arte, dipingo, ma si tratta di arte terapia, nel senso che mi fa stare bene, non certo di capolavori. In passato ho studiato medicina tradizionale cinese e sono un’operatrice shiatzu. Mi interessa lo studio delle religioni e la saggistica che si esprime in questo campo.
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