Seconda edizione 2003 • vincitore premio Cassa Rurale

Tenetevi il vostro paradiso

Fabio Longo

IL RACCONTO

La palazzina dell’ambasciata Italiana in est-Africa assomigliava ad un enorme cubo bianco con un grande serbatoio per l’acqua sul tetto e ai lati le lunghe aste con le bandiere. Nel cortile, due imponenti alberi scuri con dei grassi pipistrelli appesi a testa in giù tra i rami. Se ne stava incassata tra l’ambasciata iraniana e quella cubana. Dietro spiccava alta, quella americana. Al di là, placido, l’oceano Indiano. Da lontano portato dal vento caldo giungeva un allegro brusio. Il grande mercato del mercoledì, carico di odori, sapori e colori, dove si trova un po’ di tutto e a basso prezzo.

Neèma aveva appena chiuso dietro di sé il pesante portone di legno della sala d’ingresso; l’aria fresca del condizionatore le tolse per un attimo il respiro. Pensò che quello doveva essere il clima dell’Italia. Si guardò attorno con affanno. Non era mai entrata in un’ambasciata.
« Che ci fai li impalata!? Mshamba!!» (Campagnola)
Neèma sussultò. Era una guardia entrata subito dopo di lei; un ragazzo alto, nerissimo, sicuramente di qualche tribù nomade del nord. «Idiota» pensò Neèma. «Con i propri fratelli fanno tanto i gradassi e poi davanti ai loro capi bianchi diventano agnellini». «Spostati! Sta arrivando l’ambasciatore» disse bruscamente la guardia mentre cercava di sistemarsi l’uniforme troppo corta. Dopo un attimo si spalancò il portone e a lunghi passi e testa bassa entrò l’ambasciatore. Accanto a lui una signora piccola molto pallida con gli occhiali e una valigetta scura in mano, quasi correva cercando di spiegare qualcosa all’omone che sembrava non darle per niente retta.

Neèma ebbe l’impulso di fuggire. Non era proprio paura ma una specie di timore mistico. Le tornò in mente quando da bambine lei e sua cugina videro per la prima volta dei bianchi avvicinarsi al villaggio e terrorizzate scapparono a casa credendo d’aver visto Dio. Neèma scosse il capo e rise di sè; però sarebbe filata via volentieri anche in quel momento.
« Allora! cosa vuoi?» Tuonò nuovamente la guardia che, dopo aver accompagnato l’ambasciatore fino al suo ufficio, aveva riacquistato tutta la sua arroganza. «Sono qui per un visto turistico» rispose timidamente Neèma.
« Mmm… lì a destra. Vai vai, mshamba!» e tirandosi la giacca per allungarla se ne uscì nel cortile.

Neèma si avvicinò alla vetrata, dietro la quale una ragazza, che le sembrava d’aver già visto da qualche parte, stava controllando degli incartamenti seduta alla scrivania.
« Dada (sorella)» sussurrò Neèma piegandosi fino a quella fessura tra bancone e vetro dove si infilano i documenti.
« Siii?» rispose la ragazza senza nemmeno alzare gli occhi dalle carte. «Dada; dovrei richiedere un visto turistico. Ho qui tutti i documenti necessari» disse Neèma mostrando contro il vetro la sua cartellina gialla. La ragazza dietro la scrivania si alzò leggermente e allungando il collo accostò l’orecchio destro al vetro.

« Come?» disse ad alta voce. «Visto turistico! Documenti! Qui!» replicò Neèma con lo stesso volume battendo con l’indice sulla cartellina. «Ho capito; ho capito. Un attimo» rispose la ragazza rimettendosi comoda. Poi prese il telefono e si mise a parlare con qualcuno.
Neèma se ne stava lì con la sua cartellina gialla stretta al seno. Osservava la ragazza al telefono cercando di capire cosa stesse dicendo ma il vetro smorzava la voce. Forse stava parlando in inglese. Avrebbero potuto avere più o meno la stessa età.

« Che ci fa questa barriera di vetro tra due persone?» pensava Neèma. Poi osservò attentamente i capelli impomatati della “sorella”. Erano pettinati all’indietro, diritti e rigidi, come vuole la moda cittadina. Allora cercò di specchiarsi nel vetro e osservò, ruotando leggermente la testa prima a destra e poi a sinistra, la sua acconciatura a treccine. La mamma ci aveva messo più di tre ore per disegnare sul capo di Neèma, con treccine incredibilmente sottili come solo le donne africane sanno fare, un bellissimo movimento di linee circolari che partivano dalla sommità del capo allargandosi a raggiera per poi ricollegarsi nuovamente dietro la nuca. Eppure in quella sala fredda di fronte a quel vetro, quella pettinatura le sembrava così tradizionale! Così… fuori moda! Si sentì “mshamba”.
Dopo qualche istante che a Neèma sembrò un tempo lunghissimo, la sorella impomatata mise giù il telefono, allungò il collo e con le labbra quasi appiccicate al vetro le disse di sedersi nelle poltrone lì davanti ed aspettare.

Neèma esitò un attimo prima di sedersi. Tremava senza riuscire a controllarsi ma non capiva se fosse l’agitazione o il freddo del condizionatore che ronzava, sopra la finestra. Sulla parete di fronte, a dominare la sala, la fotografia di un signore anziano con il sorriso buono e due cespugli grigi al posto delle sopracciglia.
Davanti alle poltrone, un tavolino basso con delle riviste italiane.

Neèma tremava nel suo vestito dai colori vivaci. Teneva stretta la sua cartellina gialla e batteva ritmicamente le ginocchia tra di loro. Non riusciva a pensare a niente. Niente in quella sala le era familiare.

D’improvviso si spalancò la porta che stava sotto la grande fotografia e apparve la signora pallida con gli occhiali che Neèma aveva visto trotterellare accanto all’ambasciatore. Si alzò di scatto. Sentì lo sguardo di quella donna passarle dalla testa ai piedi e poi udì la sua voce stridula ma non capì.
« No english?!» fece la signora. Neèma scosse la testa. Anche la signora pallida scosse la testa poi fece chiamare un interprete. Sembrava avesse molta fretta. Entrarono tutti e tre nell’ufficio oltre la porta. Appena dentro, la donna si fece consegnare da Neèma la cartellina gialla e mentre controllava la documentazione in piedi dietro la scrivania, l’interprete chiese sottovoce a Neèma di che tribù fosse.
« Mgoni» rispose Neèma con un fil di voce.
« Hei sorella!! Anch’io vengo da quelle zone» esultò l’interprete.
La signora pallida che non capiva cosa diavolo stessero dicendo, li fulminò con un’occhiata, poi parlò.
« Chi è questa persona che vorrebbe invitarti in Italia?» tradusse l’interprete.

«È mia cugina. C’è scritto anche lì» disse Neèma indicando i documenti sulla scrivania. Poi continuò: «Lei è stata mandata a finire gli studi in Italia. Al concorso prese il punteggio più alto.» Neèma si fermò un attimo fece un profondo respiro. Si sentiva orgogliosa di sua cugina. «Tutti noi della famiglia abbiamo dovuto aiutarla» proseguì. «Lo zio ha venduto parte della mandria e mia madre con le sue sorelle ha intrecciato e portato al mercato molte stuoie. Le riserve di mais quasi tutte vendute. Poi… per qualche mese abbiamo avuto delle difficoltà ma ne è valsa la pena.

Il giorno della sua partenza, al villaggio c’è stata una grande festa. Abbiamo ballato fino a notte fonda e gli uomini si sono ubriacati di “pombe” (birra di mais fatta in casa). Lei è in Italia da quattro anni ormai. Da più di un anno lavora in ospedale e da là ci sta aiutando molto. Il mese prossimo è in vacanza e mi ha invitata a passarla con lei in Italia. Ha spedito tutti i documenti necessari e ha già fissato il volo. Chi l’avrebbe mai detto che un giorno avrei visto l’Italia…» «Va bene, ho capito. Ora spiego alla signora» disse gentilmente l’interprete frenando l’entusiasmo di Neèma che si sentì un po’ imbarazzata.
La traduzione non era ancora finita che la signora pallida sentenziò. «Non c’è niente che dimostri che la persona che ti invita sia veramente tua parente» tradusse la guardia. «E poi… non sei abbastanza ricca» aggiunse, grattandosi la testa per la difficoltà di tradurre quell’odiosa frase che fa più o meno: «situazione economica poco chiara».

Neèma si sentì ferita nella sua dignità e sentì che insieme a lei tutta la famiglia era stata offesa: sua cugina, i fratelli, le sorelle, i genitori, gli zii, i nonni, fino agli antenati che tante volte l’avevano aiutata. Tutta la famiglia aveva sempre vissuto in maniera dignitosa anche nei momenti di difficoltà ma dovette ammettere tra sé e sé che con la ricchezza non avevano mai avuto niente a che fare. Cercò di mettere in ordine le idee. Si fece coraggio, alzò la testa e fece presente che tra gli altri documenti ce n’era uno che dimostrava che sua cugina in Italia, aveva fatto, come vuole la legge, un deposito bancario di garanzia corrispondente al periodo di vacanza.
Dopo aver ascoltato la traduzione, la signora pallida sorrise, si sedette e rimise i documenti di Neèma nella cartella gialla poi rispose all’interprete mantenendo il medesimo sorriso stampato sul volto. L’interprete cercò di replicare ma venne subito zittito da un gesto deciso della mano. Allora abbassò la testa si voltò verso Neèma e disse con aria dispiaciuta «Niente da fare. Non vuole sentir ragioni. Secondo lei una volta arrivata in Italia non avresti nessuna ragione per tornare indietro».

Neèma rimase completamente disarmata. Non riusciva a capire il senso di quella frase. Cominciò a parlare a se stessa col pensiero: suo padre, sua madre i fratelli le sorelle le amiche, le interminabili chiacchierate, le canzoni e i balli al suono dei tamburi nelle fresche serate di luna. Il verde scuro dei campi di mais e il verde chiaro delle risaie. Il rosso della terra nella stagione secca e i vivaci colori dei drappi delle donne nei giorni di festa. La fragranza del mais fresco abbrustolito sulla brace e il profumo del riso cotto nell’acqua di cocco. L’odore umido di terra ed erba durante le piogge e perfino le acri esalazioni che si portano dietro i bevitori di pombe, erano motivi validi per ritornare. Abbastanza validi anche per non andare!!

Senza rendersene conto Neèma si ritrovò nel cortile con la sua cartellina gialla stretta al seno. Respirò a pieni polmoni l’aria calda un po’ fetida della capitale e si sentì meglio. Si avviò verso il cancello. Incrociò due bianchi che non la videro. Attraversò la strada, saltò il canale di scolo pieno di quelle buste di plastica colorate che si usano ora in città e si avviò verso la fermata del “daladala” (variopinti furgoncini per il trasporto urbano) giù in fondo alla strada all’ombra di un grande tabellone pubblicitario.
Passò distrattamente davanti alla bancarella dei manghi senza salutare. «Hei figliola, com’è andata?» Neèma si girò e alzò le spalle. «Sei riuscita almeno oggi a parlare con qualcuno?» Abbassò la testa, pensò a lei e sua cugina da piccole. Sorrise, fece due passi verso la signora dei manghi e disse: «Ho parlato con dio! Ma ha paura che vada a sporcare il suo paradiso.» Si girò e se ne andò.